Spunti per una teoria unificata del collasso

Intervento informale sulla lista Rekombinant del 7 febbraio 2008 riguardo a peak oil, mediattivismo catastrofico:


Il Picco

Sul Peak Oil è stato fatto pessimo marketing. Il nome in sè dice poco (comparatelo ai bombastici “Global Warming” o “World Hunger”). Le persone che lo promuovono come istanza sociale sono perlopiù geologi flaccidi ed incravattati che agitano grafici. I politici non hanno nessun interesse a metterlo in agenda dal momento che non hanno soluzioni a portata di mano e si troverebbero ad evocare scenari di sfiga duratura che notoriamente non portano voti. Noialtri noglobal si era troppo occupati quando qualche anno fa sono stati pubblicati un po’ di libri sull’argomento. E di tanto in tanto, nei nostri giri, fa capolino questa teoria molto anticorporation, molto cospirazionista e perciò molto allettante che sia l’oligopolio petrolifero ad alzare i prezzi per aumentare i profitti - quei maiali! Maiali sono e profitti fanno, ma non hanno certo bisogno di far comunella per creare artificialmente la scarsità.

Per chi non ne avesse mai sentito parlare, il Peak Oil è un concetto relativamente semplice ma con implicazioni per nulla intuitive. Esso rappresenta il punto in cui la produzione petrolifera mondiale raggiunge il suo massimo e inizia a declinare. Perchè? Perchè i pozzi si esauriscono o diventano meno produttivi, si trovano sempre meno nuovi giacimenti, le nuove riserve sono in culo al mondo, il greggio è più scrauso e più costoso da raffinare perchè ci siamo già bevuti il meglio.
Nel frattempo la domanda continua a crescere e di conseguenza i prezzi vanno alle stelle. Non è che il petrolio in assoluto stia finendo, ce ne è ancora parecchio ma non c’è modo di aumentare la sua produzione per tener testa alla domanda. E più si va avanti più la situazione si aggrava.
Il problema è che il petrolio a basso prezzo sta alla base di tutta quanta l’economia occidentale. I telegiornali ci hanno abituato ad associare il prezzo del greggio al caro benzina e ad inquadrarlo come una variabile microeconomica ma la questione ha una portata mooolto più ampia.
Ad esempio se il prezzo dei trasporti inizia ad incidere sensibilmente sui costi di produzione delle merci, la tanto odiata globalizzazione va a puttane. L’agricoltura che dopo la “rivoluzione verde” dipende in larga parte dal petrolio per fertilizzanti, pesticidi e macchine agricole deve essere ripensata. Senza l’orizzonte della Crescita Illimitata, i mercati finanziari si deprimono e la crisi del credito negli Stati Uniti, di cui abbiamo avuto un’anteprima l’anno scorso, esplode in tutta la sua contagiosa simpatia. Fra le altre cose i viaggi in aereo diventano sempre meno accessibili e tutto il modello del sobborgo, tanto caro agli americani e tanto incentrato sull’automobile è messo in discussione. Per non parlare delle guerre per l’accaparramento delle risorse che si faranno sempre più endemiche e durature.
Non sto a farla lunga, c’è già un po’ di gente che questa storia l’ha già raccontata.
Ah! Ho dimenticato di dire che il famigerato Peak Oil è stato raggiunto nel 2005 o verrà raggiunto attorno al 2010 secondo i più ottimisti.
Un dettaglio temporale non irrilevante perchè sega le gambe a molti sensatissimi contro-argomenti.
Ma il mercato si sposterà automaticamente su fonti alternative!
Ma c’è l’idrogeno!
Ma ci sono le biomasse!
Ma ci sono le bituminose sabbie canadesi!
Ma c’è l’energia nucleare!
Si tutto vero. Il problema è che non c’è nessun plausibile sostituto del petrolio in termini di costi-benefici, tecnologie come l’idrogeno possono richiedere una quarantina di anni di investimenti per diventare sensate e in termini di ricerca si sta facendo poco o niente. Il compagno Google o il vostro bibliotecario di fiducia potranno indicarvi come tutti i chiacchierati escamotages tecnologici non produrranno soluzioni a breve o a medio termine.
Chiaro, spero di sbagliarmi come sperano di sbagliarsi i flaccidi geologi che producono ogni giorno inesorabili proiezioni. Ma vista la posta in gioco, scommetterci sopra non è particolarmente saggio.
Assumiamo, anche solo per esercizio mentale, l’inevitabilità di tale processo: l’attuale paradigma industriale è destinato a mutare nel giro di pochi anni ed è difficile pensare che questo mutamento avvenga in maniera indolore. Farà male perchè non siamo attrezzati tecnicamente e psicologicamente al cambiamento.

L’estinzione della razza umana è un’utopia

Nel 2007 esce un libro ed una serie di documentari per National Geographic channel intitolata “Six Degrees” che racconta gli effetti disastrosi che dobbiamo aspettarci dal surriscaldamento globale. Cose risapute: i deserti avanzano, il livello del mare si alza, il clima s’imbizzarisce. Fino ad arrivare ai famigerati sei gradi in cui succede di tutto e facciamo la fine dei dinosauri.
I sei gradi sono un riferimento all’ultimo rapporto del Comitato Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC) in cui è previsto un aumento della temperatura media compresa fra 1 e 6 gradi centigradi entro la fine di questo secolo. Nel rapporto si legge (ma non ditelo in giro) che certi catastrofici processi si potrarranno per un sacco di tempo anche se facciamo tutti i bravi a partire da domani. Visitate Venezia finchè siete in tempo.
Nello stesso anno viene pubblicato un saggio intitolato “The World Without us”. L’autore, un giornalista americano, traccia una panoramica scientificamente corretta del pianeta Terra dopo un’ipotetica scomparsa della razza umana. Lo scenario ha un che di confortante: spariti gli umani, gli animaletti fanno la tana nei supermercati. Dopo poche settimane le metropolitane vengono invase dall’acqua, i tunnel franano e trasformano le strade delle grandi metropoli in fiumi. Le foreste si riappropriano dei centri abitati e nel giro di pochi anni la maggior parte degli edifici crolla. Dopo un migliaio di anni, come testimonianza della razza umana rimane solo un mucchio di plastica che i batteri non digeriscono, le piramidi e i faccioni dei presidenti scolpiti nel monte Rushmore.
Il libro è un puro e gratuito esercizio intellettuale ma diventa rapidamente un bestseller. History Channel ne fa un adattamento televisivo (life after people) con un sacco di effetti speciali. Una specie di Indipendence Day senza alieni e patriottismo, giusto per capirci. Me li immagino i seguaci dell’ecologia profonda cogli occhi lucidi di fronte al televisore ad ammirare la vita e la speranza oltre la razza umana. Me le immagino le famiglie sul sofà a gustarsi il collasso del loro monumento preferito con un misto di sollievo e orrore.
Una fantasia di estinzione analoga è quella della Rapture, una lettura particolarmente arzigogolata delle Sacre Scritture. La storia è più o meno questa: un bel giorno i cristiani buoni vengono risucchiati in Paradiso. Quelli cattivi rimangono sulla terra e fan cose brutte per qualche anno finchè non arriva Gesù Cristo con gli occhi di fuoco a spaccare il culo a tutti. Milioni di evangelisti credono che la Rapture sia imminente (esimi analisti hanno calcolato l’anno 2060). Ci crede Bush e ci credono i suoi seguaci e ciò dice qualcosa sulla lungimiranza delle loro politiche.

Insomma, se sei un cittadino informato, un cristiano millenarista o un telespettatore satellitare ti sei fatto probabilmente un’idea che è bene preoccuparsi e sperare, sperare e preoccuparsi e magari fare qualcosa: acquistare le lampadine a bassa energia, usare un po’ meno l’auto, eleggere il meno coglione... ma sotto sotto, nel più sordido anfratto del tuo animo c’è una vocina che sussurra: “Siamo tutti fottuti”.
Ora, non c’è dubbio che in questo scenario un bel po’ di effetti speciali dovuti al clima ce li gusteremo: abbiamo visto gli orsi polari affogare, gli uragani, lo tsunami e chissa quali mirabolanti catastrofi ci aspettano. Ma se ascoltiamo bene la suddetta vocina sappiamo che la cosa riguarderà più che altro i nostri figli o i nostri nipoti.
Io per esempio non ho questa grande voglia di moltiplicarmi, i bambini strillano e si cagano addosso e quando crescono iniziano ad odiare i genitori (la prossima generazione, peraltro, avrà un sacco di buoni motivi per farlo). Quindi la fine del mondo non la vedo poi così male. La razza umana mi è sempre stata un po’ sul cazzo, le foreste che si riprendono le città disabitate sono una figata e se del diman non v’è certezza tanto vale divertirsi e spippolare con Deleuze.
E qui mi sbaglio perchè la catastrofe ecologica non sarà che l’happy end alla fine di un rovinoso capitombolare. Il capitombolare, ovvero la crisi energetica e i suoi derivati, è già in corso e me la subirò per tutti i massimo quarant’anni che mi restano da vivere. Facciamo quarantacinque se smetto di fumare.

Attacco preventivo al fascismo

Ho una battuta che funziona sempre quando sono in compagnia di compagni radicaloidi. In mezzo ad un discorso, più o meno a proposito, sparo la frase “Un altro mondo è possibile”. Fa troppo ridere perchè ci ricorda come eravamo ingenui e determinati solo una manciata di anni fa.
Dopo l’undici settembre, l’involuzione securtaria e la guerra in Iraq qualcuno a provato ad aggiornare lo slogan in “Un altro mondo è necessario”. Bel tentativo, ma ora ne propongo uno migliore:
“Un altro mondo sta arrivando. Che ci piaccia o no”.
C’è la possibilità inedita che si verifichi una ristrutturazione capitalistica a prescindere dalla lotta di classe (pietà compagni marxisti, non picchiatemi!). Una ristrutturazione che in prospettiva non sembra neppure tanto male. E’ lecito aspettarsi una riterritorializzazione della produzione, una sorta di ritorno all’agricoltura biologica, una riduzione dei consumi generalizzata.
Ma proprio perchè non dipenderà dalla volontà dalla classe operaia, da un’idea fattasi egemone, questa disarticolazione delle modalità di produzione avrà un violento impatto sulla psicosfera. Temo che se non siamo adeguatamente equipaggiati daremo di testa quando l’assurdità che ci hanno abituato a chiamare benessere verrà compromessa.
Propongo quindi un assetto mentale adatto alla Grande Paralisi, all’era delle passioni tristi. Non agito il catastrofismo per spingere al cambiamento, non spero passivamente in una palingenesi dopo la fantomatica fine del mondo (quell’oasi verde di Mad Max - oltre la sfera del tuono) ma mi adopero, preventivamente, per evitare gli inevitabili colpi di coda di questo capitalismo in declino.
Voglio che nessuno pensi che i profondi stravolgimenti che attraverseremo siano causati da un paio di aerei schiantati a Manhattan.
Voglio che il mio vicino di casa, al momento in cui manderà a demolire la sua ultima automobile, provi vergogna e non rabbia o nostalgia o rancore.
Voglio che la gente non imbracci i fucili quando verrà confezionato il Prossimo Ebreo, che sarà presumibilmente basso, giallino e con gli occhi a mandorla.

Sei un individuo senziente, un produttore culturale, un nondeficiente? La tua fiducia nel cambiamento inizia a scemare? Ciò è comprensibile ma perchè non procurarsi una tavola per surfare il riflusso? Aver ragione non basta, occorre mappare, raccontare, prefigurare, spiegare. Ad esempio:

Attaccare l’identificazione dei valori occidentali con gli alti livelli di consumo.
E’ un’equazione opprimente qui negli Stati Uniti: non c’è niente di più anti-americano nel mettere in discussione gli standard di consumo. E gli standard sono puramente percettivi. Qui sono convinti che i prezzi della benzina siano alle stelle e se domani raddoppiassero la gente scenderebbe in strada armata. La cosa buffa è che qui la benzina costa la metà che in Italia.

Non cedere alla tentazione del neo-malthusianesimo.
La crescita della popolazione mondiale è un argomento ricorrente nelle narrazioni ambientaliste sulla sostenibilità. A volte è presentata in termini puramente matematici:
“Mio dio, nel 2020 saremo 8 miliardi!”
Come se un bimbo in Chad “pesasse” quanto un marmocchio nel Kentucky. A volte è messa in rapporto alle economie emergenti:
“Mio dio, gli indiani e i cinesi vogliono l’auto e il frigorifero e sono così taaanti!”
Un argomento che può benissimo essere impugnato cinicamente: è la natura, siamo in troppi e qualche milionata di persone deve morire. A quanto mi risulta sono state e continuano ad essere le economie occidentali ad informare quelle dei paesi subalterni e fino a prova contraria è ancora la triade USA, UE e Giappone a consumare ed inquinare di più. Quindi, please, evitiamo di incoraggiare una nuova dottrina dello spazio vitale.

Creare un nuovo lessico del collasso

La fine del mondo non è un evento. E’ un processo. Che è in corso.
Non mi stancherò mai di citare il prologo del manifesto Neurogreen. E’ possibile guardare in faccia alle crisi globali senza appoggiasi al potente immaginario apocalittico?
Lo stesso dibattito sul Peak Oil è ossessivamente incentrato sull’anno in cui accadrà. Mettiamoci il cuore in pace: non succederà niente di particolare, sarà solo l’inizio di un graduale processo. Dimentichiamoci il beffardo “no future” di Johnny Rotten e il languido “Final Countdown” degli Europe. La Fine non sarà un grande evento da prima serata, sarà più simile al Grande Fratello che ogni anno è peggio eppur continua inesorabile.

Paolo P.